Ultima modifica: 29 maggio 2016
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Storia del Liceo T. Tasso

storia

MuratFondato da Gioacchino Murat nel 1811, venne ospitato, con annesso convitto, nel soppresso Convento della Maddalena. Dopo oltre un secolo, per effetto della legge del 6 marzo 1923, il Liceo-Ginnasio, che nel frattempo aveva cambiato parec­chie volte nome e ordinamento, si separò dal Convitto Nazionale.
La separazione, però, fu solo amministrativa, in quanto l’istituto, previo pagamentodel fitto, continuò ad occupare i locali del vecchio convento, in attesa che il Comune provvedesse a fornirgli una nuova sede.

liceo-storiaLa sede del “Tasso” ha vissuto vicende costruttive molto complesse e singolari, che ebbero inizio nel 1925, quando il preside Giuseppe Zito propose all’Amministrazione Comunale dell’epoca la costruzione dell’edificio. La richiesta nasceva dall’esigenza di dare una sede istituzionale al “… più antico istituto medio laico di Salerno…” che dal 1923 si era separato dal Convitto Nazionale. Il preside proponeva di costruire l’edificio su una delle aree di espansione della città, regolata dal piano Donzelli­-Cavaccini, da poco approvato. La richiesta in un primo tempo non venne presa in considerazione, ma, successivamente, trovò l’accoglienza del Podestà Antonio Conforti, che, nel 1928, incaricò gli ing.ri Michele e Luigi De Angelis di progettare l’edificio.

Michele De Angelis e suo figlio Luigi progettarono un edificio “subordinato” al piano regolatore: quadrato, a corte centrale, con uno dei quattro angoli tagliato; planimetricamente esso coincideva con uno del quattro fabbricati delimitanti la piazza ottagonale che doveva nascere dall’incrocio dell’attuale via Michelangelo Schipa, che prolungandosi diventa via Pellecchia e via Dei Principati.

conventoIl nuovo edificio sarebbe sorto su parte della “spianata” dell’antico cimitero, fra la città vecchia e quella nuova; l’area aveva un ampia veduta intorno ed era collegata con la linea tranviaria, ma era modesta rispetto alla richiesta del preside Zito, che avrebbe voluto “… tutta la spianata ..o almeno la metà di essa, acciocchè un giardino sperimentale abbellisse e allontanasse la scuola dai rumori, e riuscisse anche utile all’ insegnamento della botanica “.

Il progetto venne approntato in brevissimo tempo, tanto che nel 1929 era già al vaglio dei tecnici per l’approvazione. Una volta approvato il progetto, però, il Commissario Prefettizio, Felice Valente, “…in opposizione dei patti e della consuetudine…” affidò la direzione dei lavori all’Ufficio Tecnico del Comune, guidato, all’epoca, da Camillo Guerra.

L’Ufficio Tecnico. che secondo i De Angelis, “…non aveva studiato il progetto…” invece di limitarsi a dirigere il cantiere, decise, tra febbraio e novembre del 1930, di costruire l’edificio secondo nuovi criteri urbanistici ed architettonici. Per prima cosa. trasferì la costruzione su di un’area più a monte di quella prevista dal piano regolatore; modifi­candola, anche in “altimetria e planimetria”; poi, propose la “…sostanziale modifica del progetto, ritenendo che le strutture in muratura non fossero adatte alla natura del terreno di fondazione…”.

Lo stravolgimento dell’opera non venne accettato dal Provveditorato alle Opere Pubbliche della Campania, che richiese, per quelle modifiche, un nuovo progetto. Intanto i lavori di preparazione del sito erano iniziati, ed un nuovo elaborato ne avrebbe provocato la sospensione e di conseguenza allungato i tempi di esecuzione e di consegna dell’edificio. Per questo motivo il Commissario Prefettizio, Antonio Antonucci, subentrato al Valente nella guida dell’Amministrazione cittadina» “vincendo le resistenze dell’ufficio tecnico…” concesse la direzione dei lavori agli ingegneri De Angelis, chiudendo anche la “…lite giu­diziaria per danni morali e materiali…” che i progettisti avevano intrapreso. Gli ingegneri De Angelis ripresero il loro progetto, ma non riuscirono a riportare l’edificio sull’area originaria; pertanto dovettero costruirlo di fronte al Convento dei Francescani (dove attualmente è ubicato), risolvendo quella “alterazione planimetrica” del suolo con la costruzione di un altro piano, oltre quelli previsti dal progetto originano.

La realizzazione di un ulteriore piano comportò un incremento di spesa, ma arricchì l’edificio di altri ed utilissimi locali, come la biblioteca per gli alunni, le due palestre, un museo per le scienze coloniali, gli altri locali di servizio e l’alloggio per il custode. Ovviamente le funzioni furono ridistribuite ed il progetto originario fu integrato con nuovi disegni realizzati “…a mano a mano che procedevano i lavori…”. Anche la struttura venne integrata: vennero realizzati dei cordoli in cemento armato per ancorare i solai alla muratura, vennero rinforzati i solai delle aule, ed i pilastri delle finestre trifore vennero realizzati in mattoni anziché in tufo. Ai cornicioni vennero previsti dei finimenti protettivi, men­re delle intercapedini, contro l’umidità dei terrapieni, vennero realizzate in corrispondenza dei locali seminterrati. Nel gennaio del 1931 venne inviato all’Amministrazione Comunale il proget­o delle fondazioni “…che riportò il tracciata fatto eseguire dall’Ufficio Tecnico – recita la relazione – a forme simili a quelle del progetto approvato”. Dopo appena undici mesi di lavori, ese­guiti dall’impresa del cav. Rocco Angrisani, la sede del R. Liceo Ginnasio, intitolata a Torquato Tasso, venne realizzata; ed il 28 ottobre 1932 inaugurata dall’on. Lojacono, Sottosegretario alle Comunicazioni dell’allora governo fascista.

storia-strutturaLe prime classi vi si trasferirono quando ancora erano in corso gli ultimi lavori di rifinitura, ma, con l’inizio dell’anno scolastico 1933-34, l’istituto era completamente nella nuova sede, come testimonia il preside Giuseppe Zito, che scrive:
“Magnifico è il vestibolo con la grande targa di bronzo che riporta il Bollettino della Vittoria. Ai lati del vestibolo la sala d’udienza e l’alloggio del custode; e, di fronte, l’ampia scala mar­morea a due branche che porta ai piani superiori. Per gli alunni è nella parte opposta un altro ingresso fiancheggiato da due ampi corridoi, dove nei giorni di maltempo gli alunni attendono l’ora delle lezioni e si trattengono nell‘intervallo di ricreazione. Al primo piano il Ginnasio inferiore con la biblioteca degli alun­ni; al secondo, gli uffici, l’Aula Magna. ampia e magnifica, la sala e la biblioteca dei professori e il Ginnasio superiore; al terzo il Liceo con i gabinetti di fisica e scienze naturali; e l’aula per la storia dell’arte; a pianterreno, le palestre, coperta e scoperta. per i maschi e per le femmine. In ogni piano un corridoio largo tre metri, con ritirate igieniche ed acqua potabile; in ciascuno dei tre piani superiori, una sala d’aspetto per le alunne”.

L’imponenza e la monumentalità dell’edificio sono proprie delle architetture pubbliche che il regime realizzerà a Salerno nel secondo decennio. Il preside Donato Cosimato, nel suo scritto sul Liceo, lo definisce: “massiccio e monumentale, nello stile tipico delle opere del regime” .Gli elementi centrali della facciata (tre archi d’ingresso su cui poggiano il balcone e le colonne corinzie binate che, a loro volta, racchiudono le finestre trifore), invece, li si ritrova, pressoché identici ed impiegati con lo stesso schema, nell’Edificio Scolastico Occidentale, un’opera che lo stesso Michele De Angelis aveva progettato con Carlo Giordano, nel 1914.

LE EPIGRAFI

Dal magnifico vestibolo del Tasso, in cui è possibile osservare una sobria lapide del 1935, dedicata ai Caduti in guerra, la scala marmorea si diparte in due rampe e presenta subito a destra l’epigrafe che sintetizza la storia della fondazione di questo glorioso istituto:

QUESTO EDIFICIO

CHE IL COMUNE DI SALERNO

ISPIRANDOSI ALLA GLORIA DELLA SCUOLA MEDICA

ED AGLI IDEALI DELL’ITALIA RINNOVATA

INNALZÒ

PERCHÉ IL R. LICEO-GINNASIO T. TASSO

LASCIATE LE ANGUSTIE

DEL CONVENTO DELLA MADDALENA

OVE IL FONDATORE RE MURAT LO POSE NEL

MDCCCXV

AVESSE SEDE DEGNA DEL MAGISTERO EDUCATIVO

FU INAUGURATO

IL XXVIII OTTOBRE MCMXXXII

radici-tassoLe radici del “Tasso” sono da ricercare nel Monastero di S. Maria Maddalena (attuale Convitto Nazionale), che fu tenuto dalle Clarisse fino al 1453, poi dalle Benedettine fino alla sua soppressione nel 1812, quando fu adibito a caserma delle Legioni scelte. Nel 1815 divenne Real Liceo con annesso Convitto, per volontà e provvedimento di G. Murat. Dal 1839 al 1860 vi furono preposti i Gesuiti, che lo denominarono Real Collegio di S.Luigi. Dopo l’espulsione dei Gesuiti il Liceo fu intitolato nel 1865: Liceo­Ginnasio “T. Tasso” e ad esso fu annessa anche l’ex chiesa di S.Maria Maddalena con la funzione di aula magna. Nel 1923 il Convitto si rese autonomo, entrando in possesso dell’edificio e annettendosi il Liceo parificato, mentre il Liceo-Ginnasio, aumentato di numero (fino a ottocento alunni), era sparso qua e là in aule di fortuna. Nel 1925 il preside G. Zito ottenne dal Commissario Prefettizio che fosse progettata la costruzione della nuova Scuola Salernitana nella zona a monte di via dei Principati o “Salita della Villa”. Da molti anni qui sorgeva un vetusto e monumentale cimi­tero, chiuso da poco al culto, ma ancora dimora di tombe e cappelle gentilizie, immerse in una flora inselvatichita e perciò più suggestiva. Tale struttura sacra, dal maestoso cancello, aveva di fronte il Convento della S.S.ma Immacolata, che accoglieva dal 1908 i Cappuccini e continuava la tradizione e il culto del Convento di S.Maria della Consolazione, soppresso verso la fine dell’Ottocento. A breve distanza, a nord, sorgeva, poi, la chiesa di S.Maria del Monte Carmelo, che in un lontano passato era appartenuta ad un grosso complesso ospedaliero e conventuale, denominato “S. Lorenzo de Strata” (“extra muros civitatis in locum ubi forum fieri consuevit” C.D. SaI. sec. XIV, 29, C. Carucci), tenuto dai Carmelitani, fino all’anno della loro soppressione nel 1807.

Da tutti questi indizi si deduce che quella era una zona ancora appartata e quasi incontaminata, su cui le autorità comunali cominciavano ad esprimere i primi progetti di espansione demografica. Infatti il nuovo quartiere orientale, contrapposto a quello antico occidentale, tra gli anni venti e trenta, doveva partire dalle zone alte della via dell’Orto Agrario (oggi via Vemieri), in direzione delle zone basse: ad est verso l’Imo, a sud lungo il corso V. Emanuele, fino al piazzale della Ferrovia. Il cuore di Salerno, il Centro storico, veniva a trovarsi al centro di un triangolo i cui vertici erano il porto, la zona industriale (Fratte) e la Stazione. Per il Cimitero passava la strada Provinciale, fornita di tranvai elettrico, che collegava Salerno con i paesi vicini. Tale strada era chiamata dal popolo Salita della Villa, forse perché faceva parte della “villa” o contado al di fuori della cerchia antica delle mura. E sotto un grosso tiglio, proprio all’altezza dell’incrocio con l’at­tuale via M. Schipa (allora inesistente), ogni sera, secondo ciò che narrano i nostri padri, sostava intorno ad una fonte un branco di capre, con le poppe turgide, pronte ad esser munte dai pastori che vendevano il latte ai passanti. In questo mondo bucolico-elegiaco si affissò, quindi, l’attenzione delle autorità scolastiche e politiche…

Dopo che gli ultimi avelli furono rimossi e trasferiti nel cimite­o di Brignano, si diede inizio alla costruzione del Liceo “T. Tasso”. Esso sorse, dunque, in un luogo ameno, sull’alta spianata dell’antico luogo sacro, con ampia veduta all’intorno, evocazione dell’Elicona, l’ideale repubblica delle lettere, sulla cui cima le Muse intrecciavano cori belli, leggiadri, danzando con agilissimi piedi (Esiodo, Teogonia, vv. 1 e segg.), ma ancora di più conti­nuazione dell’antichissima e prestigiosa Scuola Salernitana. I valorosi ingegneri Luigi e Michele De Angelis autori del progetto memori degli effetti deleteri del terremoto del luglio1929, fecero innestare un cordolo di cemento armato per ogni piano, in corrispondenza dei solai, per dare saldezza e sicurezza all’edificio contro ogni eventuale futura catastrofe.

Così lasciate le angustie del Convento della Maddalena, il “Tasso” trovava una sede degna delle sue più alte tradizioni, in un edificio sobrio e maestoso proprio dello stile delle costruzioni di quel tempo.
Alla cerimonia d’inaugurazione l’illustre filologo e scrittore Raffaele Cantarella poté ben dire: “Salve vecchio, nuovo Liceo, alisque et idem! Possa tu sempre a questa nostra Salerno essere luce di civiltà, di studio, di fede, d’amore alla Patria.”

Nell’imponente e splendida Aula Magna i presenti poterono ammirare i medaglioni del celebre pittore Pasquale Avallone, raffiguranti i personaggi più famosi della storia salernitana, dal Tasso al Genovesi, da Alfano I agli altri grandi della Scuola Medica Salernitana. Sulla cornice che corre sopra i preziosi dipin­i si legge questa scritta

JUBEMUS IN POSTERUM NULLUM MEDICI

TITULI PRAETENDENTEM AUDERE PRACTICARE

ALITER VEL MEDERI NISI SALERNI

PRIMITUS IN CONVENTU PUBLICO MAGISTRORUM JUDICIO COMPROBATUS.

FED. Il INSTITUTIONES

AD MCCXLI

Per ben comprendere il significato dell’espressione “Conventus Publicus’ si deve risalire al concetto di Corporazione nel Medioevo. Arcy Power, nella prefazione alla monografia del Capparoni (Magistri Salernitani nondum cogniti, Alterocca 1924), afferma che poche corporazioni medievali ebbero un principio ben definito, con un decreto imperiale o reale, ma comin­ciarono a vivere grazie all’ aggregazione di amici accomunati dagli stessi ideali culturali e religiosi. Le corporazioni più famose, come quelle di Salerno, Oxford, Cambridge, sorsero come associazioni di maestri e discepoli, la cui posizione fu nota solo in un tempo posteriore. I maestri della Scuola di Salerno scelsero come vincolo della loro fede una santa protettrice: S.Caterina Alessandrina, esempio di rettitudine e di sapienza. I giovani dottori della Scuola assumevano prima il titolo di medici, poi di Magistri, quando divenivano docenti, cioè entravano a far parte del Conventus Magistrorum. La Scuola fu, quindi, un’ associazione­ di medici che seguivano un’ antichissima tradizione di regole e consuetudini. Essa non fu fondata dai Longobardi, come alcuni hanno supposto, ma molto tempo prima, se è vero che Arechi II e la moglie Adelperga, amanti del sapere, vollero trasferirsi a Salerno da Benevento, oltre che per motivi politici, anche per col­tivare meglio gli studi. D’altra parte è noto che prima del XII sec. solo a Salerno ci fu una scuola dove già da molto tempo si inse­gnava medicina, mentre nelle altre città i malati si affidavano alle cure di monaci e sacerdoti.

L’iscrizione dell’Aula Magna risale alle “Constitutiones” promulgate da Federico 11 nel 1241, per proteggere i cittadini dall’imperizia dei falsi medici. Si decretava, perciò, che tutti coloro che volevano praticare la Medicina dovessero essere prima esa­minati dai Maestri di Salerno:

“Ut nullus audeat practicare, nisi in conventu publice magistro­rum Salerni sit comprobatus. Utilitati speciali prospicimus cum communi saluti fidelium providemus”.

“Attendentes igitur grave dispendium et irreparabile damnum, quod posset contingere ex imperitia medicorum, jubemus in posterum nullum medici titulum praetendentem audere practica­re aliter vel mederi, nisi Salerni primitus, et in conventu publico magistrorum judicio comprobatus…”

“Poena publicationis bonorum, et annalis carceris imminente his, qui contra huiusmodi nostrae serenitatis edictum in posterum fuerint practicare”.

“Nessuno osi praticare la professione di medico, se non sia stato pubblicamente approvato in seno al Collegio dei Maestri di Salerno…

Noi miriamo al bene particolare, quando provvediamo alla salute comune dei fedeli sudditi. Badando, dunque, al grave dispendio e all’irreparabile danno, che potrebbe derivare dall’ignoranza dei medici. Comandiamo che nel futuro nessun aspirante al titolo di medico osi praticare la medicina o curare i malati, se non sia stato giudicato e approvato dapprima a Salerno e nel Collegio pubblico dei Maestri. Pena la confisca dei beni e un anno di carcere per coloro che, contravvenendo all’editto di questa nostra Serenità, oseranno in futuro praticare la medicina.

Eppure Federico lI aveva già fondato nel 1224 l’Università di Napoli, su modello della Scuola di Salerno, aveva chiamato ad insegnarvi i più dotti Maestri del tempo e le aveva concesso pri­vilegi e immunità, cosa che in futuro sarebbe stata nociva alla vita e allo sviluppo dello Studio Salernitano…

Finché Federico visse, tra le Scuole di Salerno e di Napoli vi furono, comunque, relazioni pacifiche, improntate al rispetto della seconda verso la prima, più antica e autorevole, ma dopo la morte dell’illuminato sovrano cominciarono contrasti e dissidi tra le due città.

All’esterno del monumentale e severo edificio del Tasso è di estrema bellezza la facciata: sulle sue tre porte poggia una balau­stra tra due coppie di colonne corinzie e una cornice corrispon­dente. Sul fastigio si legge una bella epigrafe:

O VOS OMNES, QUI SITITIS HAURIRE POCULUM

HELICONIS, VENITE LIBENTER, VENITE SALERNUM.

… O voi tutti, che siete desiderosi di bere la coppa dell‘Elicona, venite con piacere, venite a Salerno, dove con il sale della sapien­za condirete gli animi vostri!…

Proprio quasi al tramonto del suo primato nel Sud dell’Italia, a causa del nascente astro dell’Università di Napoli, la Scuola di Salerno ebbe un ultimo palpito di vita prestigiosa, al di sopra di ogni confronto, grazie all’intervento di Corrado IV.

Questi volle punire la città di Napoli che, dopo la morte di suo padre Federico II, si era ribellata e si era consegnata al Papa, e stabilì nel 1252 “quod studium, quod regebatur apud Neapolim, regatur in Salerno”.

Perciò rivolse un caloroso invito agli studenti, affinché accorressero alla Scuola di Salerno, alludendo allo Studio come confluenza insigne di categorie professionali, in cui si insegnava­no pure le discipline filosofiche, giuridiche e teologiche.

Tra l’altro Corrado scriveva: “E dopo aver molto riflettuto in cuor nostro sulla fondazione dello Studio delle arti e delle Scienze e sulla deliberazione della sua sede, scegliamo la fedele nostra città di Salerno, per l’amenità del posto, per la ricchezza di ogni cosa e per l’adeguatezza della sua posizione, dimora particolar­mente fulgente dei ginnasi, come sede peculiare per la loro stabile residenza…”

E dopo l’esaltazione dell’insegnamento della scienza liberale che conduce alla virtù, elevando chi la possiede e rendendo i poveri ricchi, gli ignoranti eruditi, gli oscuri illustri, Corrado conclude così: “Tollatis moras, celeri pede protendentes ad scholas, ubi sic quilibet studeat quod addiscat, ut per disciplinam postmo­dum honorem et commodum consequatur”.

(“Avviatevi senza alcun indugio, con prontezza e rapidità, alle scuole dove qualsiasi persona studi quello che ha da apprendere, sì da raggiungere in seguito onore e profitto attraverso l’istruzione”).

Nel ravvisare nella Scuola di Salerno una nuova sede delle Muse, Corrado IV non peccava di esagerazione, ma certamente faceva riferimento ad una storica Scuola, che aveva avuto antiche glorie come Trotula de Ruggiero e Costantino I ‘Africano e, recen­temente, Giovanni da Procida, eccellente medico di suo padre, e tanti altri ancora…

Dopo la morte di Corrado IV, due anni dopo il noto rescritto, Manfredi volle riordinare lo Studio di Napoli, facendo chiudere tutte le scuole del Regno, eccetto lo Studio di Medicina di Salerno. La vicinanza di Napoli, capitale del Regno di Sicilia, privilegiata dalla vigile presenza dei vari sovrani, corrose, pero, attraverso i secoli la gloria della Scuola di Salerno, che prima perse il suo prestigio e più tardi fu destinata a soccombere del tutto.

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